Tra fiction e storia, la serie del momento: I Medici, Masters of Florence

Cosa serve ad una serie televisiva per essere considerata degna di nota e assicurarsi il favore del pubblico? Attori competenti e adatti ai ruoli che interpretano, una trama avvincente e ricca di colpi di scena, ambientazioni d’effetto e una sceneggiatura credibile e curata: questi sono gli ingredienti che, se ben amalgamati fra loro, danno vita a un prodotto irresistibile per gli appassionati. I Medici: Masters of Florence li ha tutti. La fortunata anglo-italiana targata Big Light Productions, Lux Vide e Wild Bunch, ormai giunta quasi al termine della prima stagione, ha riscosso enorme successo, sia in Italia che all’estero, creandosi già da subito una schiera di fan appassionati. Un cast d’eccezione, che vede come protagonista Richard Madden (noto principalmente per aver interpretato Robb Stark in Game Of Thrones) nel ruolo di Cosimo de’Medici, affiancato da Stuart Martin che interpreta il fratello Lorenzo e Dustin Hoffman, un’apparizione breve ma di certo intensa, nei panni di Giovanni de’Medici; ad attori stranieri si affiancano stelle nostrane, fra cui Alessandro Preziosi e Guido Caprino. A quest’elite è affidato il compito di riportarci nella Firenze del Quattrocento, per seguire l’ascesa politica del giovane Cosimo de’Medici, in seguito al misterioso assassinio del padre; osserviamo dunque, in un perfetto connubio fra fiction e storia, dramma familiare e politico, il suo tentativo di mantenere unita la famiglia, conciliando le sorti di quest’ultima con quelle della città che è destinata a governare e portare allo splendore, nonostante venga contrastato da parte della Signoria Fiorentina, capeggiata da Rinaldo degli Albizi. Non mancano, a rendere ancora più intrigante la serie, velata di misteri e tensioni, numerosi colpi di scena che, tuttavia, fanno sì che la vicenda perda in parte la propria attendibilità storica, in quanto la maggior parte di essi sembra avere la sola funzione di rendere più appetibile il prodotto agli occhi dei telespettatori. Politica, intrighi, amori, tradimenti, alleanze: questo è I Medici. Il tutto affiancato dai meravigliosi paesaggi puramente italiani, che fanno da sfondo all’intera vicenda ma, che in alcuni casi, diventano protagonisti e padroni della scena. Troviamo, infatti, sin dalla prima sequenza, la splendida campagna toscana nella quale Dustin Hoffman, nei panni di Giovanni de’Medici, si diletta a trascorrere il proprio tempo. Vi è poi la favolosa Roma del primo Rinascimento; ma, come è facilmente intuibile, la vera signora resta, tuttavia, la superba Firenze, che vediamo riempirsi di quelle opere d’arte che oggi ne fanno una delle perle che il mondo invidia al nostro Paese. Insomma I Medici sembra avere tutti gli ingredienti necessari per essere un prodotto valido e insieme una serie di successo, una vera chicca, imperdibile per gli appassionati del genere.

Martina Lombardo (2H)

Una rivoluzione in Vaticano: The Young Pope

Presentata alla Mostra del cinema di Venezia a Settembre, The Young Pope, per mesi, era stata una delle serie tv più attese dal pubblico. È stata un’attesa ben ripagata o le aspettative createsi per questa mini-serie erano troppo alte? Per quanto mi riguarda le aspettative sono state soddisfatte a pieno dalle dieci puntate mandate in onda su Sky Atlantic nell’ultimo mese. D’altra parte era impossibile non fosse così, con un creatore e un regista da premio Oscar come Paolo Sorrentino, una produzione Sky HBO (che negli ultimi tempi non sembra sbagliare un colpo, visto anche il successo della nuova serie Westworld) ed un cast meraviglioso, che vede come protagonista un impeccabile Jude Law nel ruolo del papa, Lenny Belardo affiancato da Diane Keaton nei panni di Suor Mary, Silvio Orlando nei panni del cardinale Voiello, Javier Càmara e Scott Shepherd. La serie si apre con un espediente che tornerà frequentemente durante il corso di tutta la vicenda: un sogno. L’accostarsi continuo di ambientazioni reali ed oniriche, con giochi meravigliosi di luci e ombre, sarà infatti un elemento ricorrente, grazie al quale, in certi casi, andrà a delinearsi con più chiarezza la figura enigmatica del nuovo giovane papa. Una figura tormentata quella di Lenny Belardo, con un passato che l’ha segnato profondamente e da domande che necessitano risposte, forse, però, troppo difficili da ottenere. Alle sue preoccupazioni più personali si aggiunge l’arduo compito di essere a capo della Chiesa di Roma, di doversi destreggiare abilmente fra coloro che cospirano contro di lui, ritenendo di poterlo manovrare per via della sua giovane età, e di mantenere alta la fiducia e la devozione verso la propria figura da parte del popolo. Ed è proprio così che lo conosciamo: già dai suoi primi momenti al potere, si rivela una figura totalmente enigmatica e rivoluzionaria, rispetto ai predecessori, sia per il modo di pensare che per il comportamento. Un papa quasi sgarbato, in certi casi, che chiede una Cherry Cola per colazione e si lascia sfuggire battutine mentre tiene fra le labbra, piegate in un sogghigno divertito, una sigaretta. Certamente è proprio il suo personaggio, tanto misterioso quanto innovativo, che va sempre più a definirsi, uno degli elementi che rendono la serie tanto interessante. Ciò che forse manca alla serie è una trama avvincente, in quanto la vicenda tende a scorrere piuttosto lentamente e, in certi punti, sembra quasi fermarsi, per lasciare spazio a meravigliosi dialoghi e ad inquadrature mozzafiato, simili a splendidi dipinti. È l’estetica, infatti, ad essere protagonista assoluta delle inquadrature, perfette, e delle scenografie, dove ogni singolo particolare sembra essere attentamente studiato e curato, proprio per rendere le scene sempre suggestive e talora sublimi. Proprio per questo, la maggior parte delle volte, guardando The Young Pope, si potrebbe benissimo immaginare di essere in museo e ammirare, in sequenza, i quadri di un abile pittore che abbia voluto raccontare la storia di un Vaticano diverso, di cardinali corrotti e di un giovane papa, chiamato Pio XIII, che si rifiuta di mostrare il proprio volto.

Martina Lombardo (2H)

Ritorno a Baker Street con Sherlock

221B Baker Street, Londra. Due uomini, due anime solitarie, un po’ per caso e un po’ forse per via del destino hanno entrambi bisogno di un coinquilino. Un detective privato, che per diletto aiuta la polizia inglese a risolvere i casi più intricati, e un medico da poco tornato dalla guerra. Sherlock Holmes e John Watson. Forse il soggetto non sarà dei più originali, in fondo i romanzi di Conn Doyle, fra serie e film, sono stati riadattati innumerevoli volte: allora, potrebbe l’ennesimo tentativo rivelarsi diverso? Sherlock, capolavoro prodotto dalla BBC ormai giunto alla quarta stagione, che vede le vicende del famoso detective traslate ai nostri giorni in una Londra moderna e popolata da geni del crimine, ha saputo sin dalla prima stagione distinguersi fra la miriade di prodotti basati sulle storie di Holmes, creando una schiera di fan appassionati e diventando un cult. Vincitrice di numerosi premi e riconosciuta come uno dei migliori prodotti seriali degli ultimi anni, accompagnata da Supernatural Doctor Who, cosa rende la serie tanto speciale? In primo luogo non si può non menzionare la brillante scelta del cast, capitanato dall’incredibile duo Cumberbatch-Freeman che, dimostrando una perfetta intesa, vestono rispettivamente i panni di Sherlock e Watson; al loro fianco compaiono il brillante Andrew Scott nel ruolo di Jim Moriarty, geniale mente criminale e nemico giurato di Holmes e, nei panni di Mycroft Holmes, fratello del detective e membro dei servizi segreti inglesi, lo sceneggiatore e ideatore della serie Mark Gatiss. Aggiungiamo a tutto ciò il meraviglioso lavoro di produzione dietro a ogni episodio, curato nei minimi dettagli con ambienti e sceneggiature studiate con minuziosa attenzione, senza che nulla sia mai lasciato al caso. A momenti di divertente ironia seguono sequenze profondamente drammatiche, pregne di pathos, tensione e suspance, arricchite da un susseguirsi di colpi di scena che costringono lo spettatore a rimanere con il fiato sospeso e incollato allo schermo fino alla fine dell’episodio. Ma cura e attenzione sono rivolte non solo alla trama, alle scenografie e alle sceneggiature: a completare il quadro troviamo un montaggio particolare e quasi inconsueto per una serie del genere; esso permette di penetrare alquanto la fantastica rete che è la geniale mente di Sherlock, intrappolando lì lo spettatore fra le ipotesi e i dubbi del detective, in un vortice di immagini che ricostruiscono il cervello di un «sociopatico ad alta funzionalità», come si definisce Holmes stesso, lasciando lo spettatore sempre più bramoso di risposte. La serie cult, che dopo anni è tornata con una quarta stagione distribuita a gennaio su Netflix, non ha ancora ricevuto la conferma del rinnovo per una quinta, soprattutto per via degli impegni presi dagli attori: tuttavia, dopo il finale aperto con il quale si è conclusa l’ultima stagione, è arrivato un mini-filmato a riportare nei fan la speranza di un ritorno: un brevissimo corto di pochi secondi, proiettato in alcuni cinema inglesi dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio, che preannuncia il probabile ritorno di uno dei “cattivi” più amati e temuti. Che dire? A questo punto non resta che aspettare di tornare di nuovo a Baker Street.

Martina Lombardo (2H)

Come sopravvivere sulla Terra: The 100

Partiamo da un topos della letteratura e della cinematografia: la distruzione della Terra. Adesso dimentichiamo tutto ciò che, dopo aver visto decine di film al riguardo, credevamo d’aver capito sull’argomento. The 100, serie tratta dai romanzi di Kass Morgan e prodotta dalla CW, racconta una storia del tutto diversa, vista da un prospettiva piuttosto interessante: i protagonisti, almeno come ci vengono presentati all’inizio, sono i “cattivi”, i criminali. Ma facciamo un passo indietro. La Terra, novantasette anni prima, è stata sconvolta da una guerra nucleare, che l’ha resa inabitabile per via delle radiazioni e, ora, ciò che resta della razza umana vive nello spazio, a bordo di una navicella spaziale chiamata Arca. Gli umani credono di vivere una vita sicura, inconsapevoli del fatto che, in realtà, l’Arca presenta un guasto irreparabile che, in pochi mesi, renderà impossibile anche la sopravvivenza sulla navicella. Ed è qui che entrano in gioco i nostri giovani criminali, tutti minorenni. Il governo decide che cento fra di loro, sacrificabili, saranno spediti sulla Terra per verificare se sia nuovamente possibile abitala ed è così che, all’oscuro di quanto stia loro per accadere, partono. Aria fresca, cielo azzurro, erba verde e grandi alberi: tutto fin troppo perfetto per pensare che possa essere stato contaminato; un senso di libertà mai provato prima, al confronto con l’angustia delle pareti metalliche dell’Arca; nessuna regola, un mondo in cui loro non sono i criminali, un posto in cui, per una volta, sono del tutto svincolati da qualunque legge che potrebbe condannarli. Sembrerebbe tutto troppo bello per essere destinato a durare, no? Certo, non avevamo messo in conto i contrasti proprio tra i protagonisti, le difficoltà nel darsi un’organizzazione sociale, che essi lo vogliano oppure no, di trovare un posto in cui dormire o qualcosa da mangiare, il non poter contattare l’Arca. Non dimentichiamoci poi dei “Terrestri”, coloro che, cent’anni prima, sono riusciti a sopravvivere alle radiazioni e che allo stato attuale vivono in una società tribale, totalmente diversa da quella a cui sono abituati “gli uomini del cielo”, costretti ora ad accettare dei compromessi al fine di una pacifica convivenza. Sì, sulla Terra i Cento sono approdati, ora devono sopravvivere. La serie è arrivata alla quarta stagione, iniziata da pochi episodi, e, sebbene la terza (almeno secondo il mio giudizio) abbia subito un leggero calo rispetto alle prime, rimane uno dei prodotti più amati e seguiti dal pubblico, ormai del tutto affascinato da questa Terra, così diversa da quella in cui siamo abituati a vivere. La passione dei fan è facilmente giustificabile per via della trama tanto avvincente che ogni episodio, ricco di suspance, tiene lo spettatore incollato allo schermo; i personaggi, inoltre, sono perfettamente studiati e rifiniti, totalmente umani ed in grado di creare un legame empatico con il pubblico, anche grazie all’incredibile bravura dei giovani attori. Credo che sia questa la peculiarità di The 100, la capacità di toccare lo spettatore, di emozionarlo e portarlo a riflettere sugli importanti temi di grande attualità che la serie tratta, episodio per episodio: la rovina a cui gli uomini hanno condotto la Terra, la difficoltà di sopravvivere e di accettare una civiltà diversa dalla propria, mantenendo la pace.

Martina Lombardo (2H)

Un tuffo in Norvegia con Skam

Siamo sempre stati abituati, con le serie televisive, a scoprire culture o modi di vivere diversi dai nostri: abbiamo, quindi, imparato l’importanza del ballo scolastico per gli adolescenti americani, come funzionano i distretti di polizia a New York, Los Angeles o Miami, i giochi di potere nella Casa Bianca e come sopravvivere nei sobborghi delle grandi città. D’altra parte però, essendo l’America il Paese che sforna più serie tv, spesso dimentichiamo che non esiste solo quel tipo di realtà e che ci sono moltissime altre culture che sarebbe interessante conoscere, per quanto ciò sia possibile attraverso uno schermo, e, puntualmente, finiamo con il seguire l’ennesima puntata ambientata a New York. Poi è arrivato il successo di Skam, prodotta e ambientata in Norvegia, a Oslo. Nonostante la prima stagione sia stata mandata in onda nel 2015, la serie ha raggiunto il successo a livello internazionale negli ultimi mesi dell’anno successivo con l’uscita della terza stagione, seguita poi dalla quarta, e probabilmente ultima, iniziata il 14 aprile: il successo raggiunto è tale che è stato annunciato un possibile rifacimento americano della serie, con il titolo tradotto Shame, «vergogna». Tale successo deriva sicuramente dal fatto che Skam sia, in primis, una ventata d’aria fresca nel panorama seriale spesso saturo di prodotti fin troppo simili l’uno all’altro, mentre questo è una finestra su un mondo quasi sconosciuto, che funziona in modo diverso da quello a cui siamo abituati e perciò interessante da scoprire attraverso gli occhi dei protagonisti, nostri coetanei. Inoltre, la popolarità della serie deriva anche dalla varietà dei temi, anche piuttosto importanti, trattati con una sensibilità ed un realismo che permettono di riconoscersi in molti dei personaggi. La prima stagione ha come protagonista Eva, una ragazza timida ed emarginata, che dovrà imparare ad uscire dal suo guscio e a relazionarsi con i suoi nuovi compagni di scuola. La seconda è incentrata su Noora, tremendamente indipendente e restia a fidarsi degli altri. La terza stagione si sofferma su Isak, un ragazzo alle prese con l’accettazione della propria omosessualità, mentre la quarta su Sana e sulla sua difficoltà di essere l’unica ragazza mussulmana all’interno del suo gruppo di amiche. La pluralità di voci, oltre a quelle dei protagonisti di ogni stagione, l’incredibile realismo e la sensibilità della serie sono i suoi elementi di forza. Non vi sono momenti particolarmente ricchi di pathos, sceneggiature estremamente elaborate o inquadrature studiate alla perfezione, tanto da sembrare quadri: sono dei semplici spaccati di vita, immagini e storie che potremmo ritrovare aprendo la finestra e soffermandoci ad osservare i marciapiedi della nostra città. Skam è la prova che, spesso, è proprio la semplicità a rendere unica una serie televisiva, che non serve tentare di produrre un qualcosa di troppo esuberante o esagerato: in fondo, la maggior parte degli spettatori cerca storie che possano combaciare con la propria.

Martina Lombardo (2H)

 

 

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